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Primavera di Sangue

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Nella Trieste, occupata dai tedeschi, della primavera del 1944 due capitani della Wehrmacht, Gustav Winkler e Hermann Zaider, si confrontano segretamente sul futuro della guerra. Nel frattempo, Mikhajlo Huseynzade, carismatico partigiano azero, che combatte sul Carso, vuole seminare il terrore nel cuore stesso dei territori occupati, preparando due attentati dinamitardi in luoghi frequentati dai militari tedeschi: un cinema della frazione di Opicina e la mensa di via Ghega, a due passi dal comando delle SS. Al suo fianco, Ivan Ruski, suo compagno fin da quando caddero entrambi prigionieri mentre combattevano con l’Armata Rossa. A cinquanta chilometri di distanza, a Lipa, un paesino nella regione Liburnica, ai confini con l’Istria, il giovane Dejan fugge di casa per unirsi alla compagnia di partigiani guidata dal comandante Viktor. A tormentarlo l’amore non corrisposto per Marina, amica d’infanzia che sogna un’altra vita in Italia. Ad unire tutte queste storie l’obiettivo di una macchina fotografica: la Leica del soldato tedesco Martin Halder che testimonierà le rappresaglie naziste a seguito degli attentati e la follia omicida che si abbatterà su Lipa, cancellando dalla faccia della terra l’intero paese con tutti i suoi abitanti.

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L’obiettivo della macchina fotografica di Martin Halder, il giovane fotografo tedesco del romanzo, riprende l’orrore e lo consegna alla storia. Sono foto legate agli eventi di una primavera di sangue, quella del 1944, sul confine orientale dell’Italia occupata dalla Germania nazista. Il sangue è quello dei civili, bersaglio della politica di repressione contro le “Banden” ovvero i partigiani. I diversi protagonisti del romanzo, reali o usciti dalla penna dell’autore, si muovono tra gli eventi storici che interessarono il cosiddetto Litorale Adriatico, nel corso della seconda guerra mondiale.
Costituito il 10 settembre 1943, a seguito di un’ordinanza di Hitler, il territorio dell’OZAK, (Zona d’operazione Litorale Adriatico, Operationszone Adriatisches Küstenland), si estendeva dal Friuli, all’odierna Slovenia fino all’Istria e al Quarnero comprendendo le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola.
In questa regione si era insediato un regime d’occupazione tedesco anomalo rispetto a quello nel resto d’Italia: mentre nella penisola vi era una struttura che faceva capo ad una Amministrazione militare qui c’era un tipo di amministrazione civile, diretta e autonoma, a capo della quale si trovava il Supremo Commissario Friedrich Rainer. Al suo fianco c’erano il generale delle truppe alpine Ludwig Kübler, la più alta carica militare nell’OZAK, e l’SS-Gruppenführer (Generale di Divisione) Odilo Globočnik al quale fu assegnato il controllo delle forze di polizia e delle SS. Con le truppe tedesche era giunto nel territorio anche tutto il peso dell’ideologia nazista: metodi, tecniche e concezioni che il sistema totalitario aveva introdotto all’interno del suo grandioso progetto di “Nuovo Ordine Europeo”. L’occupante prospettava alla popolazione del Litorale Adriatico un ruolo nella nuova Europa nazista, dove non vi era posto per nessuna forma di dissenso e che doveva essere libera da ogni scoria di ebraismo e bolscevismo.
La posizione geografica del Litorale Adriatico era di interesse strategico per la Wehrmacht, in quanto area di transito diretto per i rifornimenti di truppe e di materiale bellico per il fronte italiano e quello balcanico, oltre ad essere settore immediatamente operativo largamente compenetrato da unità partigiane italiane e jugoslave. Il forte sentimento anti italiano di vendetta e disprezzo, dimostrato dai tedeschi anche nel resto d’Italia, veniva accresciuto qui da due fattori: l’odio verso il bolscevismo, di cui molte unità partigiane erano l’avanguardia, e l’odio verso la componente slava, tipico della concezione razziale nazista. La particolare struttura amministrativa e politica che i tedeschi assegnarono al territorio stesso, l’intensità della guerra antipartigiana, le esperienze precedentemente vissute dai responsabili nazisti della sicurezza della Zona d’Operazioni e infine le direttive e gli ordini impartiti da questi stessi ufficiali non agirono separatamente l’una dall’altra; furono le interazioni e le loro interdipendenze a produrre il quadro generale della violenza nel Litorale Adriatico.
Con un decreto del 9 novembre 1943, inoltre, Himmler aveva dichiarato il territorio Bandenkampfgebiet (territorio di guerra antipartigiana), decisione questa che, a lungo andare, avrebbe dato più forza ad una linea repressiva piuttosto che a una soluzione politica.
I tedeschi organizzarono così una poderosa struttura contro il movimento di liberazione che si distribuì in modo capillare in tutto il territorio; ne scaturì uno scontro frontale tra le forze e l’introduzione di decise misure draconiane che coinvolsero anche la popolazione civile.
L’attività resistenziale divenne una minaccia da fronteggiare con la massima energia e violenza. Lo stesso Globočnik sostenne più volte nel Bandenkampf (manuale di controguerriglia) che il concetto fondamentale fosse quello di annientare «nella maniera più brutale con tutti i mezzi» il nemico. Era necessario rispondere alla “violenza”, ovvero agli attacchi dei partigiani contro le forze di occupazione, con la violenza più terrificante. Ciò legittimò le stragi e i massacri e la lotta antipartigiana finì per tradursi anche in questa parte d’Italia in una serie di eccidi e rappresaglie. Le stragi di partigiani (anche inermi o disarmati) e di civili, assumevano un carattere di monito, la rappresaglia doveva lasciare un segno visibile e così spesso i corpi delle vittime venivano lasciati, il più delle volte per tutto il giorno, sul luogo dell’esecuzione. Prigionieri prelevati dalle carceri del territorio venivano giustiziati in conseguenza di attentati e sabotaggi, come per esempio la bomba al cinema di Opicina o alla Casa del Soldato a Trieste, per diffondere il terrore e dimostrare che ad ogni atto contro i tedeschi ci sarebbe stata una reazione immediata. Le bombe, messe in mezzo ai militari, erano pur sempre un atto di guerra ed effettivamente contribuirono al clima generale di insicurezza e minaccia che influenzò in modo significativo la reazione dei soldati tedeschi che si sentivano autorizzati a legittimare qualsiasi tipo di violenza. L’azione repressiva tedesca portò ad una serie di operazioni antipartigiane in tutto il territorio molte delle quali sfociarono in rappresaglie contro i civili come nel caso di Lipa, borgo del Comune di Elsane in provincia di Fiume, dove trovarono morte violenta 269 cittadini inermi, donne vecchi e bambini, la quasi totalità della popolazione del paese. “In una guerra come questa devi imparare a convivere con l’orrore, soldato”, così si legge nel romanzo, e l’orrore sono le stragi contro i civili.
La popolazione, quindi, nella riflessione dei comandi tedeschi non era semplice spettatrice di quanto accadeva intorno, ma piuttosto uno dei soggetti della guerriglia e quindi direttamente anche della controguerriglia. La figura del “bandito”, così definivano i nazisti il partigiano, si sovrapponeva a quella dei civili: dietro ogni persona poteva nascondersi un partigiano, un informatore, la decisione del soldato tedesco durante l’operazione sul fatto che un civile fosse colpevole o no, il più delle volte doveva essere presa in poco tempo, all’istante, visto che velocità e confusione erano fattori tipici della guerra contro le bande. Emerge così con forza la tragicità della responsabilità del singolo durante lo scontro.
Questo aspetto lo ritroviamo nelle pagine del romanzo e nell’intreccio tra le storie dei diversi personaggi e i fatti storici come nel caso di uno dei protagonisti del libro: un ambiguo capitano della Wehrmacht di nome Gustav Winkler. Il militare tedesco che aveva vissuto la guerra ai margini, fra le carte di un ufficio, tra un interrogatorio e l’altro, lui che la guerra l’aveva studiata a fondo, l’aveva teorizzata, una volta a Lipa tocca con mano la lucida follia omicida. Lo stesso orrore lo prova anche Martin Halder, il giovane fotografo, testimone di tutti gli eccidi narrati nel romanzo che nel consegnare quegli eventi alla storia, lascia dentro il suo obiettivo il senso di pietà colto in quegli attimi, per sempre.

Giorgio Liuzzi

Dimensioni 15 x 21 x 1 cm
Anno di pubblicazione

2017

Collana

Memoria e territorio

ISBN

978-88-97940-53-1

Pagine

240